La memoria a volte si manifesta senza preavviso. Un pranzo in una trattoria antica, una conversazione familiare, una passeggiata tra palazzi storici. È accaduto a Cuneo, parlando di infanzia e ritrovamenti inattesi con alcuni cugini durante un pranzo: lettere e cartoline scritte nel secolo scorso, riemerse dal silenzio del tempo. Oggetti fragili e potentissimi, capaci di attivare connessioni profonde. In quel momento ho compreso che la memoria non è solo ciò che ricordiamo, ma il modo in cui scegliamo di raccontarlo, conservarlo e trasmetterlo. E oggi, in un’epoca che corre dall’analogico all’intelligenza artificiale, quale forma prenderà? 

Usciti dalla trattoria, la passeggiata nella zona pedonale di Cuneo ha ampliato la riflessione. Palazzi storici affacciati su un corso elegante, attraversato da due passaggi speculari che si inoltrano sotto la superficie della città. È lì che la memoria ha assunto una dimensione quasi fisica. Quelle cantine, oggi silenziose, durante la Prima guerra mondiale erano luoghi di cura improvvisati. Un prozio, gravemente ferito, vi fu ricoverato e assistito. La storia non era più distante: era sotto i nostri piedi. 

La memoria funziona così. Si stratifica. Vive negli oggetti, nei luoghi, nelle parole tramandate. Ma soprattutto vive nella narrazione. Dall’inizio della civiltà, l’essere umano ha cercato di fissare ciò che conta: prima con i geroglifici, poi con il racconto orale intorno al fuoco. Nel primo caso, l’intento era fermare un’emozione, un evento, un potere. Nel secondo, la memoria diventava fluida, adattiva, capace di arricchirsi attraverso il narratore e la comunità. 

La musica rappresenta forse la forma più complessa di memoria. Ascoltando un programma tv sul Cantico dei Cantici, ho riflettuto su come uno spartito, se copiato fedelmente, produca sempre la stessa sinfonia. È una memoria apparentemente immutabile, eppure affidata all’interpretazione umana. La musica conserva, ma allo stesso tempo attraversa i secoli cambiando contesto, significato, ascoltatore. 

Oggi, però, la civiltà evolve a una velocità inedita. In meno di trent’anni siamo passati dalla macchina da scrivere meccanica all’intelligenza artificiale. Questo salto pone una domanda radicale: come cambierà la forma della memoria? 
Può ancora essere fedele alla realtà? O la realtà stessa diventerà una versione rielaborata, filtrata, riscritta? 

La memoria digitale è teoricamente infinita, ma estremamente fragile. Dipende da supporti tecnologici, da formati, da infrastrutture. A differenza delle incisioni rupestri o dei manoscritti, non sappiamo se sarà in grado di resistere ai millenni. Eppure stiamo affidando a essa archivi, identità, storie personali e collettive. 

Esistono tentativi di resistenza. Le banche dei semi antichi, i carotaggi nel ghiaccio, la conservazione dei reperti biologici e culturali sono esempi concreti di una memoria che vuole sopravvivere al tempo e al cambiamento climatico. Sono gesti profondamente culturali: scegliere cosa salvare significa scegliere cosa raccontare al futuro. 

L’intelligenza artificiale introduce un ulteriore livello di complessità. Non conserva solo dati, ma li rielabora, li sintetizza, li interpreta. La memoria diventa dinamica, predittiva. Non è più solo archivio, ma costruzione di senso. Questo rende urgente una riflessione su come stia cambiando la forma della memoria e della narrazione. 

Non esistono forme migliori o peggiori. Esiste una civiltà in cambiamento che si adatta all’evoluzione. Esiste la possibilità di creare nuove forme che implementano nuove opportunità di racconto e interazione. Non sempre l’evoluzione digitale è al passo con l’evoluzione del nostro cervello e della nostra consapevolezza e proprio in questa fessura si genera questa affascinante opportunità.  
 
Forse la risposta non sta nel rifiuto della tecnologia, ma nel recupero della consapevolezza. La memoria non è mai stata neutra. È sempre stata una scelta, un atto di cura, una responsabilità collettiva. Come i primi ominidi che hanno lasciato tracce per essere riconosciuti, anche oggi siamo chiamati a decidere cosa merita di attraversare il tempo. 

Custodire la memoria, nel presente, significa rallentare. Ascoltare. Dare valore alle lettere ritrovate, ai racconti di famiglia, ai luoghi che parlano sottovoce. Significa integrare l’innovazione senza perdere il senso dell’origine. Perché ciò che resterà di noi non sarà solo ciò che avremo prodotto, ma ciò che avremo saputo ricordare — e come lo avremo raccontato. 

Nel frattempo, ci siamo promessi una domenica tra vecchie scatole di cartoline in bianco e nero e lettere scritte a mano ritrovate nella cantina dei miei suoceri. Un modo analogico, nostalgico e polveroso di ricordare, di cercare connessioni tra vecchie immagini e francobolli. Per il resto si vedrà. 

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