La cultura annoia… o annoia il linguaggio? La cultura non è noiosa di per sé. Diventa distante, talvolta respingente, quando viene raccontata con linguaggi che non parlano più al presente. Comunicare la cultura oggi significa affrontare una sfida precisa: mantenere la complessità senza perdere chiarezza, preservare il valore dei contenuti senza renderli esclusivi. In un mondo permeato dal digitale, la cultura ha bisogno di nuovi codici narrativi per tornare a essere vissuta, attraversata e sentita come parte della quotidianità delle persone.
Nuovi approcci, nuovi linguaggi
Cultura e comunicazione sono sempre profondamente intrecciate. La cultura esiste perché viene trasmessa, condivisa e reinterpretata. Ogni epoca ha i suoi linguaggi e ignorarli significa rischiare invisibilità. Oggi la comunicazione culturale non può prescindere dall’ascolto dei pubblici, dai loro comportamenti, dalle piattaforme che frequentano e dai modi in cui costruiscono significato.
Raccontare la cultura in modo semplice non significa banalizzarla. Richiede anzi un lavoro ancora più accurato: selezionare, tradurre e costruire percorsi narrativi che consentano di entrare nei contenuti senza sentirsi esclusi. La semplicità è una conquista, non una scorciatoia. È il risultato di un progetto che tiene insieme rigore, empatia e visione.
Il digitale, in questo senso, non è un nemico della cultura, ma un alleato potente: video, strumenti interattivi, giochi, rappresentazioni 3D, podcast, social non sono “abbassamenti di livello”, ma strumenti che ampliano le possibilità di fruizione. Parlano linguaggi familiari e avvicinano pubblici diversi per età, interessi e background. La cultura non perde valore se cambia forma: lo perde solo quando smette di essere compresa.
Un caso concreto è un itinerario culturale sviluppato in un’area ricca di storia e paesaggio chiamato Valle delle Abbazie. La narrazione non si limita alla trasmissione di nozioni storiche, che restano fondamentali, ma si arricchisce di esperienze. Contenuti modulati sul target, video, ricostruzioni tridimensionali, giochi, audioguide diventano porte di accesso a un patrimonio complesso, permettendo all’utente di scegliere come, quando e quanto approfondire. La cultura smette di essere un monologo e diventa dialogo.
Rendere la cultura più accessibile significa anche renderla più democratica. Quando i contenuti sono comprensibili e coinvolgenti, le persone si sentono legittimate a partecipare, a costruire relazioni con i luoghi e le storie. La distanza si riduce, la percezione di “non essere all’altezza” svanisce e la cultura torna a essere uno spazio condiviso. Non esiste una formula universale.
Ogni progetto culturale deve partire dall’ascolto del territorio, dalle esigenze dei luoghi e dalla loro identità. Allo stesso modo, è fondamentale conoscere i diversi pubblici: famiglie, studenti, visitatori, comunità locali. Cambiano i tempi di attenzione, i linguaggi e le aspettative. Comunicare cultura senza considerare queste variabili significa perdere un’occasione.
Chi lavora nella cultura oggi è chiamato a essere mediatore, narratore, progettista di esperienze. Una cultura raccontata bene non è solo più interessante: è più viva, più giusta, più capace di generare valore nel tempo.
