Dopo aver riflettuto sull’importanza dello spazio nei processi di apprendimento, è necessario interrogarsi su come il tempo venga percepito nella società contemporanea. In particolare, occorre domandarsi quale posto occupino oggi la noia, la pazienza e l’attesa nella vita quotidiana dei bambini e quale valore educativo possano assumere all’interno dei contesti di crescita. Viviamo in un’epoca di saturazione digitale, in cui ogni desiderio è immediatamente soddisfatto e ogni vuoto viene colmato da uno schermo. Questa gratificazione istantanea rischia di alterare i processi cognitivi, abituando il bambino a un sapere che non richiede sforzo né tempo di elaborazione profonda. 

In una realtà in cui il virtuale permea anche l’esperienza dei più piccoli, la possibilità di sperimentare l’attesa si riduce drasticamente. Il sapere diventa rapido, accessibile, immediato, ma spesso superficiale. Quando l’apprendimento non richiede tempo, fatica o concentrazione, viene meno quella dimensione di interiorizzazione che rende la conoscenza stabile e duratura. Il rischio è che il bambino impari a consumare informazioni senza realmente farle proprie. 

In questo scenario, il ruolo degli educatori e degli adulti di riferimento diventa cruciale. È necessario avere il coraggio di ribaltare il significato attribuito alla noia, sottraendola all’idea diffusa di tempo “morto” e improduttivo. All’interno di una prospettiva educativa consapevole, la noia non è un vuoto da colmare, ma uno spazio da abitare. Nell’aula espansa, la noia si configura come un’opportunità pedagogica preziosa, capace di attivare processi autentici di ricerca. 

Come ricordava Loris Malaguzzi, l’ambiente educativo deve trasformarsi in un luogo di ricerca e non di semplice trasmissione. In questa visione, il silenzio della noia diventa una soglia necessaria: è proprio lì che nasce la curiosità, che si attiva il pensiero, che il bambino inizia a porsi domande. In una società che tende a rifugiarsi nello stimolo continuo per sfuggire alla noia, il rischio è quello di formare soggetti passivi, abituati a ricevere risposte senza aver formulato domande. 

Accogliere la noia significa, al contrario, restituire al bambino un ruolo attivo. Significa permettergli di esplorare l’ambiente, manipolare materiali, osservare, provare, sbagliare e riprovare. In questo processo, la noia si trasforma in un educatore invisibile che spinge il bambino a diventare costruttore del proprio sapere, trasformando un’apparente stasi in un esercizio di creatività e libertà. 

Se la noia rappresenta la scintilla della ricerca, la pazienza ne costituisce il terreno fertile. Tuttavia, il mondo contemporaneo è dominato dalla logica del “tutto e subito”, che annulla il tempo dell’attesa e rende la pazienza un’abilità sempre più rara. L’attesa viene percepita come un malfunzionamento, un vuoto da colmare rapidamente. Eppure, nei processi di apprendimento, l’attesa è fondamentale: permette di gestire l’autocontrollo, di tollerare la frustrazione e di lasciare spazio alla maturazione cognitiva. 

L’apprendimento embodied, o incarnato, rende evidente questa necessità. Quando il bambino apprende attraverso un’esperienza che coinvolge mente e corpo, il sapere si radica più profondamente. Il tempo diventa allora un alleato: non più un ostacolo da superare, ma una condizione indispensabile affinché la conoscenza diventi autentica. 

Concedersi il tempo di germogliare significa riconoscere il valore dell’apparente vuoto e accoglierlo come spazio fertile. Significa rispettare i ritmi individuali, esercitare la pazienza nell’attesa dei risultati e imparare ad ascoltare sé stessi. Educare oggi richiede la capacità di rallentare intenzionalmente, contrastando l’automatismo dell’immediatezza e restituendo ai bambini il diritto a una maturazione cognitiva autentica. 

È proprio in questo tempo lento, privo della frenesia della gratificazione istantanea, che il bambino smette di essere spettatore passivo del mondo e diventa esploratore attivo della realtà. Quando la conoscenza ha il tempo di sedimentare, l’informazione si trasforma in sapere e il sapere diventa parte integrante dell’esperienza di crescita. 

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