L’uomo è, per sua natura, un essere relazionale. Come affermava Aristotele, «l’uomo è un animale sociale», e ciò implica che non può esistere né svilupparsi al di fuori di un ambiente. Tuttavia, non basta semplicemente vivere in un contesto: quell’ambiente deve essere il più possibile a misura d’uomo, affinché ciò che siamo possa svilupparsi nel modo migliore. Non siamo soltanto corpo: siamo corpo situato, corpo che vive, sente e agisce all’interno di un luogo fisico, relazionale e simbolico.
Questa intuizione filosofica trova solide conferme nella psicologia e nelle scienze dell’educazione. Lev Vygotskij ha mostrato come lo sviluppo delle funzioni mentali superiori sia intrinsecamente sociale: prima avviene tra le persone, poi dentro l’individuo. Il pensiero, il linguaggio, la regolazione emotiva e la capacità di dare senso all’esperienza nascono all’interno di un campo relazionale. L’individuo non può quindi essere separato dal contesto che lo sostiene o lo ostacola.
Un cervello può svilupparsi in modo sano solo se l’ambiente lo consente. Dal punto di vista neurobiologico, il cervello ha bisogno di sicurezza, tempo, stabilità e possibilità di esplorazione per formarsi, adattarsi e consolidare le proprie funzioni. Se l’ambiente costringe a uno stato di allerta continua — stress cronico, imprevedibilità, pressione costante — il sistema nervoso resta orientato alla sopravvivenza. In queste condizioni, le risorse cognitive ed emotive vengono drenate: l’energia psichica è assorbita dalla difesa, non dalla crescita. Un cervello impegnato a sopravvivere non può strutturarsi pienamente; di conseguenza, la persona fatica a vivere in modo autentico e integrato.
Il primo ambiente che ci influenza è, naturalmente, la famiglia. A seguire, l’istruzione scolastica e, successivamente, il lavoro. Ognuno di questi contesti contribuisce a modellare la nostra neurologia, il nostro assetto emotivo e il nostro modo di stare nel mondo. Kurt Lewin lo sintetizza in modo efficace: il comportamento è funzione della persona e dell’ambiente (B = f(P, E)). Non esiste azione umana che non sia influenzata dal campo in cui l’individuo è immerso.
Il lavoro, in particolare, non può essere considerato neutro. Anche se lo incontriamo in età adulta, occupa gran parte delle nostre giornate e incide profondamente sul nostro equilibrio psicofisico. Ritmi, spazi, linguaggi, relazioni e modalità di riconoscimento agiscono direttamente sul sistema nervoso, sul livello di stress e sulla qualità dell’energia disponibile per vivere.
In questo senso, concetti come neuroergonomia e benessere globale non sono mode né slogan, ma risposte fondate alla necessità di progettare ambienti coerenti con il funzionamento umano. Non si tratta di introdurre iniziative isolate di welfare o benessere, ma di ripensare le organizzazioni a partire dai bisogni neurobiologici, emotivi e relazionali delle persone.
Il lavoro è, prima di tutto, uno scambio. Non si scambiano soltanto denaro o prodotti, ma energie: attenzione, tempo, presenza, carico emotivo, stress, riconoscimento. Le energie circolano continuamente all’interno dei sistemi organizzativi. Ambienti che sostengono generano vitalità, cooperazione e capacità di pensiero; ambienti tossici producono esaurimento, difesa e chiusura. Non è una questione morale, ma sistemica.
L’azienda può e deve essere pensata come un ecosistema umano, capace di rigenerare non solo la produttività, ma anche i corpi, le menti e la biologia delle relazioni. Come ogni ecosistema, può sostenere la vita oppure impoverirla: non in modo astratto, ma attraverso ritmi, spazi, linguaggi, relazioni e sistemi di potere che agiscono quotidianamente sul sistema nervoso delle persone.
Per questo non si tratta semplicemente di “stare bene per produrre di più”, ma di intervenire a monte. Non per il solo interesse dell’azienda, ma perché l’essere umano viene prima di tutto.
Non possiamo prescindere da un benessere collettivo, non per ottenere una produzione migliore, ma per costruire una società diversa da quella attuale: una società che rimetta al centro l’energia vitale, l’essere umano e la sua dimensione più profonda.
Non si vive solo d’amore, è vero.
Ma si può e si deve vivere per l’amore.