Nel confronto sul ruolo del tecnico veterinario mi capita spesso di percepire una certa confusione tra ciò che è una professione sanitaria ordinistica – che oggi in Italia non esiste ancora per questa figura – e ciò che invece rappresenta il nostro ruolo reale, quello di supporto tecnico-assistenziale. Chiarire questa differenza è fondamentale, soprattutto per chi, come me, ha iniziato a lavorare nel settore. In altri Paesi europei il tecnico veterinario è una professione regolamentata; in Italia, invece, siamo inseriti in un sistema in evoluzione, dove competenze, limiti e prospettive future sono ancora in fase di definizione.
Quando si parla di professione ordinistica, si fa riferimento a un modello ben preciso: riconoscimento giuridico formale, iscrizione a un albo o registro pubblico, titolo professionale protetto, codice deontologico vincolante e competenze definite per legge. Nel settore veterinario italiano, il medico veterinario incarna pienamente questo modello. È una professione sanitaria autonoma, con responsabilità cliniche dirette e capacità decisionale sul piano diagnostico e terapeutico.
Il tecnico veterinario, invece, vive oggi una realtà diversa. Il nostro ruolo è quello di figura tecnico-assistenziale, che lavora a stretto contatto con il medico veterinario, supportandolo nelle attività cliniche, organizzative e assistenziali, senza autonomia clinica e senza responsabilità decisionale sulle cure. Questa distinzione, che può sembrare teorica, nella pratica quotidiana è molto concreta: definisce cosa possiamo fare, fino a dove possiamo arrivare e quali responsabilità possiamo assumerci.
Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. Sono stati introdotti strumenti che aiutano a dare forma e dignità al nostro ruolo, pur senza trasformarlo in una professione ordinistica. La Norma UNI 11874:2022 è uno di questi. Per me rappresenta un punto di riferimento importante, perché descrive in modo chiaro le conoscenze, le abilità, i livelli di autonomia e le responsabilità del tecnico veterinario. So bene che non è una legge e non abilita all’esercizio sanitario, ma offre finalmente un linguaggio comune e uno standard tecnico condiviso, utile sia per chi lavora sia per chi forma.
Anche il Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro del settore veterinario ha un ruolo rilevante. Non crea una professione, ma riconosce la figura del tecnico veterinario all’interno delle strutture, regolando aspetti economici, mansioni e livelli. Per chi è giovane e si affaccia ora al mondo del lavoro, questo significa maggiore chiarezza e tutele più definite rispetto al passato.
Accanto agli strumenti normativi e contrattuali, esiste poi una dimensione etica e professionale fatta di codici di condotta e associazioni di categoria. Non hanno valore giuridico pubblico, ma contribuiscono a costruire una cultura professionale basata sul rispetto dei ruoli, sulla collaborazione e sulla responsabilità verso colleghi, veterinari e clienti.
Guardando fuori dall’Italia, in particolare alla Gran Bretagna, il confronto è inevitabile. Lì il tecnico veterinario è una figura regolamentata, con formazione certificata, registrazione obbligatoria e competenze ben definite. Non si tratta di un modello da copiare senza adattamenti, ma di un esempio che dimostra come questa professione possa crescere senza sovrapporsi al ruolo del medico veterinario.
Da giovane tecnico veterinario, vedo il presente come una fase di costruzione. Siamo una figura relativamente nuova nel sistema italiano, ma sempre più necessaria. La strada verso un maggiore riconoscimento passa dalla formazione, dalla chiarezza dei ruoli e dalla capacità di dimostrare ogni giorno, sul campo, il valore del nostro lavoro. Guardare agli standard europei più avanzati non significa rivendicare ciò che non siamo ancora, ma costruire con consapevolezza ciò che possiamo diventare.
SHAPING VET TECH FUTURE
When people talk about the role of veterinary technicians, I often notice a bit of confusion between what would be a fully recognized healthcare profession and what our actual role is in Italy: technical and assistant support. Understanding this difference is essential, especially for those like me who have just started working in the field. In other European countries, the Vet Tech is a regulated profession; in Italy, instead, we’re part of a system that’s still evolving, where skills, limits, and future perspectives are all being defined step by step.
When we talk about a regulated healthcare profession, we refer to a very specific framework: formal legal recognition, registration in a public professional board, a protected professional title, a binding code of ethics, and responsibilities defined by law. In the Italian veterinary field, the veterinarian fully fits this model. It is an autonomous healthcare profession, with direct clinical responsibilities and the authority to make diagnostic and therapeutic decisions.
For veterinary technicians, the situation is different. Our role is technical and assistive: we work closely with veterinarians, supporting them in clinical, organizational, and care-related activities, but without clinical autonomy or decision‑making power regarding treatments. This distinction may seem abstract, but in everyday practice it is very concrete. It defines what we are allowed to do, the limits of our responsibilities, and the scope of our contribution within the veterinary team.
In recent years, however, things have begun to evolve. New tools have been introduced to give more structure and recognition to our role, even without turning it into a regulated profession. The UNI Standard 11874:2022 is one of the most significant steps forward. It represents a valuable reference point because it clearly outlines the knowledge, skills, levels of autonomy, and responsibilities expected of a veterinary technician. It is not a law and does not grant clinical authorization, but it finally provides a shared language and a technical standard that benefits both professionals and training institutions.
The CCNL (National Collective Work Contract) for the veterinary sector also plays an important role. It formally acknowledges the veterinary technician within veterinary facilities, defining tasks, job levels, and economic aspects. For young professionals entering the field, this means greater clarity and stronger protections than in the past.
Next to regulatory and contractual tools, there is also an ethical and professional dimension shaped by codes of conduct and professional associations. These do not have legal authority, but they help cultivate a professional culture grounded in respect for roles, collaboration, and responsibility toward colleagues, veterinarians, and clients.
Looking at the United Kingdom, the comparison is inevitable. There, the veterinary nurse/technician is a regulated profession, with certified training, mandatory registration, and clearly defined competencies. It is not a model to replicate blindly, but it demonstrates how this profession can grow without overlapping with the veterinarian’s role.
As a young veterinary technician, I see the present as a phase of construction. We are still a relatively new figure within the Italian system, yet increasingly essential. The path toward greater recognition lies in education, clear role definitions, and the ability to demonstrate, day after day, the value of our work. Looking to the most advanced European standards is not about claiming something we are not yet; it is about building, consciously and progressively, what we can become.